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v b

VERBANIA – 08.03.2019 – Quarantuno richieste di rinvio a giudizio

per 139 capi d’imputazione, 44 parti offese e un piccolo esercito di avvocati per la maxi-udienza preliminare che porterà per la prima volta in tribunale a Verbania il crac di Veneto Banca e lo tsunami dei suoi soci “azzerati”. S’aprirà alle 9,30 del prossimo 15 maggio davanti al gup Beatrice Alesci il procedimento penale che vede la Procura verbanese chiedere il rinvio a giudizio per 41 tra manager, funzionari e direttori di filiale –anche del territorio– che per l’azienda di Montebelluna vendettero milioni di euro in azioni. Azioni che valevano tra i 35 e i 40 euro l’una e che, svalutate insieme alla banca – poi posta in liquidazione coatta amministrativa – hanno visto sfumare piccoli e grandi capitali dei risparmiatori.

Il sostituto procuratore Sveva De Liguoro, che lo scorso 18 luglio aveva firmato l’avviso di chiusura indagini per 43 persone, ha stralciato le posizioni di due indagati: un funzionario di Montebelluna e un bancario del Vco. E ha confermato la volontà di mandarne a processo 41. L’accusa comune a tutti è di truffa aggravata in concorso, legata a 139 operazioni di vendita di azioni concluse tra il 2009 e il 2016 (la maggior parte delle quali nel 2012-2013) in una dozzina di filiali della provincia e dell’Alto Novarese. I danneggiati sono 44 soggetti, nella stragrande maggioranza persone fisiche, o i loro eredi dato che due sono nel frattempo decedute.

Nell’ipotesi accusatoria della Procura, i vertici di Veneto Banca, “affamati” di soldi freschi con cui puntellare il capitale sociale eroso dalle svalutazioni dei crediti, spinsero in maniera ossessiva i venditori delle reti locali a piazzare le azioni dell’istituto. Chiunque avesse una certa somma di denaro in deposito sul conto corrente veniva contattato e invitato ad acquistare con la rassicurazione che fosse un investimento sicuro. Non lo era per niente e lo si capì quando, in due diversi momenti del 2015, il titolo venne svalutato dallo stesso cda di Montebelluna fino a 7,3 euro ad azione (da 39,5), inducendo timore nei risparmiatori al punto che più d’uno sporse denuncia.

L’inchiesta verbanese è nata così e ha portato la Procura a ritenere fraudolento il meccanismo di vendita delle azioni, che non teneva conto delle regole a tutela del risparmio, della trasparenza informativa e dell’appropriatezza dell’investimento, a partire dalla normativa Ue Mifid fino al manuale interno della banca passando per il regolamento Consob-Banca d’Italia. Per l’accusa le colpe sono condivise tra i vertici della banca e gli operatori di filiale. Toccherà ora al giudice decidere se mandare a processo manager e funzionari oppure, qualora gli indagati optassero per riti alternativi (patteggiamento o rito abbreviato) a pronunciare sentenza.

 

 

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