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brigatti roberto

VERBANIA – 11.01.2018 – Assessore e progettista

anche quando non si può? In questi giorni fa discutere tra i professionisti dell’edilizia di Verbania il “caso” che riguarda l’assessore comunale Roberto Brigatti. Di professione geometra – è stato presidente del Collegio dei geometri del Vco e ne è tuttora consigliere –, dal 25 agosto 2016 fa parte della giunta retta da Silvia Marchionini con deleghe a Lavori pubblici, Servizi cimiteriali e Urbanistica. Che, per un geometra, un ingegnere, un architetto o altro professionista, comportano un’incompatibilità totale, sul solo territorio cittadino, tra il ruolo di progettista e quello di amministratore pubblico. Il Testo unico degli enti locali (Decreto legislativo 267/2000) lo prevede espressamente. All’articolo 78, “Doveri e condizioni giuridica”, nel ribadire il dovere dell’imparzialità e nel sottolineare che gli amministratori devono rispettare il principio della buona amministrazione, il terzo comma è specifico: “i componenti la giunta comunale competenti in materia di urbanistica, di edilizia e di lavori pubblici devono astenersi dall'esercitare attività professionale in materia di edilizia privata e pubblica nel territorio da essi amministrato”.

Eppure il geometra Brigatti è, come progettista, il firmatario della Comunicazione di inizio lavori di un intervento di ristrutturazione edilizia da parte di un privato in frazione Fondotoce. “Modifiche distributive interne, rifacimento impianti idrico-sanitario e elettrico, sostituzione pavimentazione e rivestimenti dei locali cucina, corridoio-disimpegno, bagno e cameretta” sono i lavori previsti, chiesti e autorizzati lo scorso 22 agosto.

Un caso simile, in zona, s’era verificato qualche anno fa nel Novarese quando, per aver firmato come progettista una Scia, un sindaco-architetto (che peraltro aveva delegato Urbanistica ed Edilizia privata ad altro assessore) aveva violato norme deontologiche finendo sospeso tre mesi dal suo ordine professionale. Il provvedimento disciplinare era stato confermato anche dalla Cassazione, cui il sindaco s’era rivolto ritenendo – tra gli altri motivi per cui chiedeva l’annullamento della sanzione – che potesse agire poiché non deteneva la delega specifica. La Corte suprema è stata invece di parere opposto, ribadendo l’incompatibilità ed estendendola al sindaco pur privo di deleghe perché in possesso dei poteri “di direttiva e di vigilanza, oltre a quelli di nomina e di revoca”.

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