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VERBANIA - 22-09-2020 -- Cinque anni e quattro mesi

più la confisca di quasi sei milioni di euro per Giuseppe Nasini, un anno e quattro mesi a Luigi Morelli. Ci sono volute quasi cinque ore di camera di consiglio al Tribunale di Verbania per emettere la sentenza di primo grado dell’ultima tranche del processo per il crac dell’Ossolana.

Ossolana srl, società di manutenzione di impianti industriali con sede a Fondotoce, cantieri nel Vco e nel nord Italia, nel 2015 subì una verifica fiscale della Guardia di finanza. Fu in quel frangente, trovandosi di fronte a un amministratore -Giorgio Grossi, che ha patteggiato, per i medesimi fatti di bancarotta fraudolenta, un anno e 10 mesi- ritenuto un prestanome, che i militari vollero approfondire, iniziando a indagare a più ampio raggio. La situazione precipitò, la società fu dichiarata fallita e il curatore, il commercialista Francesco Roman, nel rivedere i conti rilevò -tra le altre irregolarità- l’alterazione di tre bilanci (il 2012, il 2013 e il 2014), artefatti con operazioni inesistenti per nascondere le perdite e lo stato di decozione della società. Nella successiva relazione,la curatela evidenziò alla Procura anche distrazioni di fondi per fini personali, la falsificazione dei Durc e dei documenti per ottenere crediti presso le banche, l’assunzione fittizia di personale (parenti dei soci e degli amministratori) cui veniva garantito uno stipendio senza far nulla. Mentre i contratti con i cantieri venivano ceduti ad altri appaltatori, salvaguardando i posti di lavoro del personale tecnico, l’Ossolana andò in crac con debiti verso il fisco, le banche e i fornitori, per oltre 15 milioni di euro.

Con l’ipotesi di bancarotta fraudolenta, di emissione di fatture per operazioni inesistenti, falso, accesso abusivo al credito e altri capi di imputazione, la Procura ha chiamato in causa e tratto a giudizio gli ultimi due amministratori di diritto, Grossi e Cesare Boni (che ha anch’egli patteggiato un anno e due mesi); un imprenditore di Taranto, Vincenzo Raso (8 mesi patteggiati), che si sarebbe prestato a sottoscrivere false fatture; i fratelli Pier Paolo e Gian Luca Morelli (soci e amministratori a più riprese di questa e di altre società del gruppo, condannati in primo grado con rito abbreviato rispettivamente a due anni e mezzo e due anni e otto mesi); il padre Luigi, fondatore della società; e Giuseppe Nasini, manager, ex socio e già amministratore legale, considerato amministratore di fatto.

Morelli, accusato di aver sottratto con una finta consulenza da 4.000 euro al mese denaro a una società già in perdita, è stato condannato a un anno e quattro mesi e al risarcimento delle somme percepite, beneficiando della sospensione condizionale della pena.

Nasini, difeso dall’avvocato Fabrizio Busignani, ha scelto il rito ordinario per provare la sua estraneità ai fatti, dichiarata sin dalla fase delle misure cautelari. La sua tesi è di essere stato sempre e solo un manager e non un amministratore, e di essere stato attirato nella tela dei Morelli, principali responsabili del crac. Per lui il pm Gianluca Periani aveva chiesto 6 anni e mezzo per 38 capi di imputazione. Il collegio presieduto da Donatella Banci Buonamici (giudici a latere Rosa Maria Fornelli ed Elisabetta Ferrario), al termine di un lungo dibattimento durato due anni e mezzo e che ha visto sfilare decine di testimoni, dai finanzieri ai dipendenti, passando per i consulenti, l’ha assolto per alcuni capi d’imputazione, condannandolo complessivamente, con il vincolo della continuazione, a 5 anni e 4 mesi, oltre alla confisca di beni personali sino a 5,9 milioni di euro. La curatela, costituita parte civile con l’avvocato Patrich Rabaini, aveva chiesto un risarcimento di 15 milioni e, comunque, una provvisionale non inferiore ai 7. gli imputati sono stati condannati a pagare 7.300 euro di spese legali. Tra le pene accessorie di Nasini ci sono l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, l’interdizione legale per la durata della pena, il divieto di assumere incarichi in società per dieci anni. Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni. Le difese avranno poi la possibilità di impugnrare la sentenza in Appello.

 


 

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