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di maio cassis

LUGANO - 16-06-2020 -- Frasi di rito, strette

di mano accennate (perché permane pur sempre l’emergenza Covid-19), foto e video a profusione e la classica conferenza stampa congiunta seguita a ruota da comunicati e veline pro o contro, a seconda del colore politico dell’autore. Al di là dell’impatto mediatico, sono pochi i contenuti concreti della visita ufficiale in Ticino del ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio, ospite oggi dell’omologo rossocrociato Ignazio Cassis.

La missione italiana è iniziata in tarda mattinata con l’accoglienza alla dogana di Chiasso-Brogeda e s’è conclusa al museo Vela di Ligornetto, sede del colloquio privato e della conferenza stampa. Un clima cordiale, elogi reciproci, frasi distensive dopo la tensione sull’apertura delle frontiere e, soprattutto, ripetuti dribbling sulle due questioni che più stanno a cuore oggi agli svizzeri: la sorte dell’enclave di Campione d’Italia, penalizzata dal fallimento del casinò e indebitata verso la Confederazione; e la ratifica dell’accordo internazionale del 2015 che rivede gli accordi fiscali del 1974 e la tassazione dei lavoratori frontalieri. Chi si aspettava che dopo la lettera congiunta dell’elvetico Christian Vitta (Consigliere di stato e ministro dell’economia ticinese) e del governatore della Lombardia Attilio Fontana che apriva alla ratifica italiana del trattato internazionale, oggi Di Maio chiarisse, è rimasrto deluso. “Cercheremo la migliore soluzione per salvaguardare gli interessi dei lavoratori e i rapporti di amicizia tra Italia e Svizzera” – ha detto Di Maio, promettendo di portare l’argomento al tavolo del ministro dell’Economia Claudio Gualtieri. Parole di prassi, diplomatiche che di più non si può. Parole che non fanno tirare un sospiro di sollievo ai 65.000 frontalieri che da Roma si aspettano un no all’accordo, ma che nemmeno li preoccupano.

Parole che, lette da parte svizzera, lasciano l’amaro in bocca. Intervistato dalla Rsi al termine del vertice, il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi non ha nascosto la delusione per la genericità degli impegni: avrebbe voluto che l’annunciato impegno si concretizzasse almeno in un’agenda e in tempi certi in cui affrontare una trattativa.

La revisione dell’accordo fiscale del 1974 è iniziata con il governo Monti e s’è chiusa sotto il premier Matteo Renzi. La Svizzera ha subito ratificato l’intesa, che però s’è arenata al parlamento italiano. Dal 2015 a oggi non è approdata, né a Montecitorio, né a Palazzo Madama. Del resto non piace ai 65.000 frontalieri e ha evidenti riflessi politici nelle province di confine.

 

 


 

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