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VERBANIA – 23.01.2020 – Uno sfogo scaturito

da una provocazione, non una diffamazione. Nella tumultuosa separazione che ha coinvolto una coppia di coniugi del basso Verbano, il culmine si ebbe nel 2018, quando ci furono denunce, controdenunce e -per i tre figli- l’intervento degli assistenti sociali. In questo clima, a inizio maggio ci fu uno screzio a distanza. Il marito, che sarebbe dovuto andare a scuola a prendere due dei tre bambini, non ci andò. E la moglie, stanca di quella situazione, lo scrisse sul suo profilo Facebook, prendendosela esplicitamente con il coniuge per le continue promesse disattese. Lui, che ha sostenuto d’aver avvisato preventivamente del disguido, sentendosi diffamato presentò denuncia. La moglie è così finita a giudizio per il reato di diffamazione aggravata. Ma, ha sostenuto il suo difensore Matteo Mossio, agì perché esasperata da una pesante situazione: Il mese prima il questore aveva diffidato il marito da tenere comportamenti persecutori verso la moglie e, pochi giorni dopo quel fatto, il gip emise anche un provvedimento restrittivo nei suoi confronti. La vicenda – ha affermato la difesa – va inquadrata nel più ampio contesto di una brutta separazione e letta anche alla luce dei procedimenti scaturiti per quei fatti a carico di lui, ragion per cui ha invocato la provocazione come esimente della diffamazione. Una tesi condivisa dal giudice, che l’ha assolta nonostante la richiesta di risarcimento del marito, costituito parte civile.

 

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