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loewenthal elena

STRESA - 11.07.2019 - Con il primo incontro,

questa sera alle ore 21,15, iniziano le presentazioni dei cinque finalisti del Premio Stresa di narrativa. Anticipando il racconto di “Nessuno ritorna a Baghdad” di Elena Loewenthal (nella foto), presentiamo la recensione del volume.

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Il romanzo “Nessuno ritorna a Baghdad” è un racconto di più storie di vita che appartengono tutte ad una unica grande famiglia ebraica che vive il tempo delle persecuzioni razziali insorte con la seconda guerra mondiale e con la guerra arabo-israeliana del 1948.

Norma e tutti i suoi figli partono da Baghdad come esuli, lasciandosi alle loro spalle la terra natale per spostarsi in altre città del mondo, perché il mondo è la loro casa.

Nata a Mosul, Norma si sposa, ancora bambina, con l’anziano Abou Naim da cui ha tre figli, Flora, Ameer e Violette; nel 1941, a pochi mesi dalla morte del marito, abbandona i tre figli per seguire il suo grande amore, Hillel Amir con il quale si trasferisce in America; da questo amore, nasce il figlio tardivo che Norma chiama FDR come il nome del 32° Presidente degli Stati Uniti d’America, Franklin Delan Roosevelt. Dopo la sua fuga è la volta del figlio Ameer che parte per andare al St. George’s College Poona, in India, a studiare le lingue e la cultura del mondo occidentale. Le figlie Flora e Violette, una volta maritate, si spostano anch’esse dalla capitale dell’Iraq e seguono le orme della madre infatti, insieme ai mariti molto più anziani di loro, perché questa è una eredità culturale araba immodificabile, crescono i rispettivi figli a New York, a Milano, a Gerusalemme, a Londra, a Haifa, a Teheran, a Madrid.

La nascita dello Stato di Israele e l’apertura della porta Bab Harat al-Yahud di Sion consente a tutti i profughi del quartiere ebraico della vecchia città di Gerusalemme di partire per altre destinazioni e anche Eliahou, il cognato di Norma che è stato un benefattore per tutti i familiari, decide di trasferirsi in Terrasanta e per prima cosa compra una tomba, nel cimitero del Monte degli ulivi, perché in quel luogo, tanto caro agli Ebrei, saranno sepolte le sue spoglie.

Ameer lascia Milano e, dopo la morte della figlia Anita, si trasferisce a Madrid, con la moglie Renée, per seguire le sue ambizioni professionali di assicuratore immobiliarista; in Spagna accumula ricchezze che, con il passare del tempo, divide con le sorelle e con i nipoti rispondendo ad ogni loro esigenza di denaro.

Sono proprio i nipoti di Norma, Regina, Haron, Linda, Sami, Rosa, ad accorgersi di non essere mai stati lontani gli uni dagli altri e di aver ben radicate le tradizioni della loro numerosa famiglia.

Norma è una donna quasi immortale senza limiti temporali di azione e di cognizione, con una salute di ferro; il passare del tempo non ha nulla a che vedere con la sua età anagrafica, eppure nel 2009, mentre si trova nella casa di riposo Oak Lodge Nursing Home, decide che per lei è giunto il momento di sedersi su di una sedia a rotelle e di smetterla di usare le gambe, ormai suo figlio Ameer ha già ottant’anni ed è ora di invecchiare e passare il testimone. Il suo straordinario carattere senza inflessioni convenzionali, senza rimpianti, fa di lei una persona razionale e irrazionale allo stesso tempo, fuggiasca e stanziale, presente e assente con la stessa intensità affettiva di chi decide di vivere per molto molto tempo prima di morire.

Nemmeno il distacco, per cinquant’anni, dalla figlia Violette, che non le perdona di averla abbandonata in tenera età, riesce a mortificare la sua coscienza. Nel 1995, dopo un sogno premonitore, parte per andarla a trovare a New York ma Violette l’accoglie senza affezione.

La vecchiaia di Norma è un frastuono di ricordi, di parole, di profumi al gelsomino che hanno

accompagnato la sua movimentata esistenza centenaria, la sua longevità però è turbata dalla constatazione che le generazioni non si susseguono più l’ una all’altra bensì nel mondo regna un caos incomprensibile che crea una massa disordinata di epoche, di vite e di storie.

La fortuna l’ha accompagnata per tutta l’esistenza liberandola dalla responsabilità di madre e di vedova in terra d’Israele, il destino l’ha graziata con la felicità dell’amore autentico, la premonizione le ha regalato la forza di attendere i nipoti che l’hanno riunita ai figli premurosi di primo letto, dotati di cognizione e di senso della responsabilità.

Basterebbe soffermarsi a pensare quante volte ci sentiamo abbandonati e quante altre siamo noi a lasciare indietro le persone più care per notare quanto la parola“wadaeaan” (addio) sia appropriata per dare un taglio con il passato e aprirsi ad una nuova vita. Addio è un saluto definitivo che riunisce in se il dramma del distacco di un per sempre che non è mai, che rappresenta la solitudine dell’uomo che si incammina per seguire un diverso stile di vita. Il romanzo di Elena Loewenthal è suddiviso in cinque parti che raccontano nel dettaglio ogni incontro e ogni separazione di tre generazioni unite nella loro similitudine esistenziale.

La solitudine di Norma è dunque simile a quella di tutte quelle persone che hanno avuto una vita avventurosa ricca di emozioni che con il tempo si sono velate di nostalgia.

Norma ha scelto di non radicarsi con il luogo di nascita ma di portare sempre appresso la sua origine di ebrea di Baghdad anche se quella terra non esiste più ed è solo un lontano ricordo; per ogni esistenza “La vita fa rima con la morte” ma questa è un’altra storia scritta in un altro romanzo dell’autrice Elena Loewenthal.

Monica Pontet*

* Docente, scrittrice e pubblicista

 

 

 

 

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